giovedì 20 maggio 2010

La terra grida aiuto

Pubblicato da Silvia La Mensa


“Mettere in conto la natura alla vigilia della Conferenza NazIonale della BiodivErsità, “ultima occasione” per “rivoluzionare” le politiche di tutela.

È questa la principale richiesta del WWF alla vigilia della Conferenza Nazionale per la Biodiversità che il Ministero dell’Ambiente aprirà domani presso l’Università La Sapienza di Roma e che vedrà riuniti il mondo scientifico, politico e culturale nonché rappresentanti della società civile. La perdita di biodiversità costa sia in termini di sostenibilità  ambientale sia in termini di sostenibilità economica.

Nel 2050 la distruzione della biodiversità terrestre potrebbe costare  all’Europa come documentato dal prestigioso studio COPI (The cost of policy inaction) circa 1.100 miliardi di euro l’anno, circa il 4% del PIL europeo. Eppure in Europa il 16,6% dei posti di lavoro dipende direttamente o indirettamente dai sistemi naturali, ma il budget europeo direttamente dedicato alla conservazione della natura è appena lo 0.1%.

L’Europa da sola consuma risorse equivalenti a oltre due pianeti secondo il metodo di calcolo dell’impronta ecologica e nasconde il proprio debito dietro le risorse naturali, come legno, pescato, prodotti agricoli e alto utilizzo dell’acqua che le vengono fornite dai paesi che ne sono ricchi.

Una crescita intelligente e sostenibile, anche nel nostro paese, deve per forza passare attraverso la difesa della biodiversità e dunque il documento che verrà prodotto nei prossimi giorni, la Strategia Nazionale sulla Biodiversità frutto di un primo giro di consultazioni al livello territoriale e che  dovrà passare il vaglio delle Regioni, dovrà ispirarsi a questo principio.

La Strategia, secondo il WWF Italia  si deve  basare su due pilastri fondamentali: l’utilizzo della migliore conoscenza scientifica disponibile e il  coinvolgimento di tutti gli attori socio-economici protagonisti della perdita di biodiversità ma anche delle politiche che devono arrestare tale perdita. Ma affinché il testo della Strategia diventi efficace  il WWF Italia ha predisposto un decalogo di elementi irrinunciabili, primo fra tutti, il principio per cui non si può concepire alcuna politica di settore senza includere la biodiversità a partire da quelle che riguardano le periferie delle nostre città per superare il principio che la biodiversità si tutela “solo” nelle aree di pregio (parchi, riserve).

Il WWF Italia ricorda che l’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità con 57.468 specie animali (8,6% endemiche) 12.000 specie floristiche (13.5%) endemiche: ma molto di questo patrimonio si sta perdendo: attualmente sono a rischio il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi e l’88% dei pesci di acqua dolce.

Il WWF ha stilato un elenco di specie che richiedono interventi urgenti di tutela: Le 23 specie simbolo

Orso bruno : 30-35 sulle Alpi, meno di 55 sugli Appennini)
Lontra (220-260 in alcuni fiumi del centro-sud)
Aquila del Bonelli (12-15 coppie concentrate in Sicilia)
Capovaccaio (un piccolo avvoltoio con 10 coppie)
Lanario (la più importante popolazione europea è in Italia, tra Toscana e Emilia meridionale fino alla Sicilia, poche centinaia di coppie)
Pernice bianca (minacciata dai cambiamenti climatici, 5.000-9.000 coppie)
Gallina prataiola (una parente delle gru, solo in Sardegna e Puglia, 1.500-2000 esemplari)
Anatre mediterranee (Moretta tabaccata 10-30 coppie, anatra marmorizzata 10 coppie, fistione turco 30-35 coppie, Gobbo rugginoso pochi individui reintrodotti)
Pelobate fosco (meno di 10 siti nelle regioni del nord)
Testuggine comune (rara e molto localizzata)
Pesci di acque interne (tra le 48 specie italiane a rischio Carpione del Fibreno, Carpione del Garda, Storione cobice, Trota macrostigma)
Tartarughe marine (catture accidentali ancora frequenti)
Delfino comune (scomparso del tutto in Adriatico, ancora minacciato da catture accidentali)
Tonno rosso (stock vicino al collasso)
Chirotteri (quasi la metà delle specie di mammiferi italiani sono pipistrelli, poco studiati, Tra i più a rischio i ‘Ferri di cavallo’ i vespertili e le nottole.
Camoscio appenninico (700-800 esemplari in Abruzzo)
Stambecco alpino (30.000 capi su tutto l’arco alpino, di cui un terzo in Italia)
Lupo (500-800 ancora vittima del bracconaggio)
Capriolo italico (meno di 10.000, minacciati dal bracconaggio)
Airone bianco maggiore (è in aumento in tutta Europa, in Italia 40 coppie nidificanti)
Falco pellegrino (oltre 1.300 coppie nidificanti, ancora vittime di bracconieri)
Cervo sardo (fino agli anni ’70 poche decine, oggi oltre 2.000)
Foca monaca (circa 400 individui nel Mediterraneo)

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